Musica al di là del mero intrattenimento

posted by Guido Landini, In Fano Jazz Network

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Musica al di là del mero intrattenimento

Se è vero che la musica resta pausa nobile dagli impegni quotidiani, c’è anche qualcosa di più? Due interpretazioni sul tema

 

Ascoltiamo musica per rilassarci, per distogliere l’attenzione, per riempirci di emozioni positive, per darci la carica. Ascoltiamo musica come sottofondo che accompagna le pause, per rivitalizzare l’attenzione sull’attività che stiamo completando, o semplicemente, per addolcire il momento.
Non è necessario chiamare in causa la musica leggera, anche un disco jazz diventa perfetto per uno scopo simile: basta una volata di Parker, un solo di Baker, qualche nota lunga di Davis per richiamare alla mente le atmosfere rarefatte dei club e delle metropoli oltreoceano.

Ma se la musica serve a qualcosa, serve soltanto a questo? È dunque un palliativo, una sorta di antidoto, un piacevole mezzo di fuga dalla realtà? Qualcuno ha provato a vederci molto altro dietro.

Musica: linguaggio dell’essere

“La musica parla dell’essere, non esprime mai il fenomeno, ma la cosa in sé” ricorda Schopenhauer. Secondo il filosofo tedesco, particolarmente legato a questa forma d’arte, il ruolo della musica è tutt’altro che disimpegnato: questa è l’ascensore diretto per la realtà ultima, eterna e immutabile.
Quando Schopenhauer afferma nel Mondo come volontà e rappresentazione che “la musica potrebbe continuare ad esistere anche se il mondo non esistesse più” intende dire che la musica eccede l’operato umano, va addirittura al di là dei confini del mondo materiale e fenomenico. Che significa tutto ciò?

La musica non può essere un prodotto dell’uomo per l’uomo. È qualcosa di cui l’uomo si appropria ma che non gli appartiene, perché appunto risiede oltre i confini dell’esperienza.
La musica non può essere soltanto mero intrattenimento, ma vera e propria elevazione dell’uomo dal piano dell’esperienza sensibile: l’ascolto della musica diventa una contemplazione di forme pure, una condizione di estasi senza significato né scopo concreto, e che è capace di accompagnare per mano l’ascoltatore al fondamento dell’essere.

La musica per Schopenhauer parla una lingua universale e che tutti possono capire, la lingua dell’essere.

Musica: linguaggio dell’essere umano

L’interpretazione di Ian Cross è molto meno metafisica. Secondo il professore dell’Università di Cambridge “la musica, tal quale il parlare, è un prodotto sia della nostra biologia che delle nostre interazioni sociali …. non è dunque un semplice intrattenimento per i sensi o per i neuroni della mente: se essa non servisse a scopi importanti per la specie umana, nel cervello non le sarebbe riservato tutto lo spazio di cui dispone”.

Ascoltare musica e fare musica non è un gesto disinteressato, innocente, ma esprime sempre un grado di relazione che l’individuo ha con l’ambiente, mostra cioè un valore relazionale.

Alla pari del linguaggio, la musica mette in comunicazione gruppi e sottogruppi sociali (si pensi al ruolo che ha avuto nei riti, nelle guerre e nell’educazione).
Non solo: l’argomento di Cross insiste sul fatto che le strutture che ci permettono di capire e produrre la musica sono insite nel nostro patrimonio genetico, e che sono allo stesso livello di quelle che hanno consentito la sopravvivenza della specie. Se questa abilità musicale appartiene al nostro DNA, la musica è eredità, un passaggio di testimone tra le generazioni profondamente umano.

Insomma, che si tratti di astrazione oppure di partecipazione, entrambi le interpretazioni hanno un punto di contatto: la musica non è solo intrattenimento, o passatempo, o svago, ed il nostro Festival ha il dovere di ricordarlo.

 

(foto di Leonardo Aiuola)